Social media durante le presidenziali americane 2020

Social media durante le presidenziali americane 2020

Gli occhi erano puntati sui risultati, ma anche rispetto a cosa avrebbero fatto i social media durante le presidenziali americane 2020 c’era parecchia attesa. Non solo perché, come sottolinea Socialbakers, il 72% degli elettori americani usa «attivamente qualche social network» e, in virtù di questo, piattaforme e ambienti digitali hanno rappresentato per i candidati delle due parti terreno fertile su cui raccogliere consenso e, se possibile, spostare voti. Altre campagne elettorali, altri appuntamenti alle urne si erano naturalmente susseguiti in questi quattro anni, ma l’elezione del nuovo presidente americano rappresentava un banco di prova senza eguali per le policy contro disinformazione politica, manipolazione del voto, interferenze di paesi terzi sui processi democratici. La cosa che le big tech dovevano scongiurare in ogni modo per le presidenziali USA 2020 era, cioè, una nuova Cambridge Analytica e, per parafrasare TechCrunch, il voto del 3 novembre aveva agli occhi degli addetti ai lavori (anche) il valore di un grande test per capire cosa davvero i social network hanno imparato da quanto successo nel 2016. Dalle policy per gli annunci elettorali alle impostazioni contro la diffusione di fake news politiche: l’attivismo dei social media durante le presidenziali americane 2020 Non si può dire, in questo senso, che le piattaforme e i loro gestori non abbiano lavorato d’anticipo. Google e Facebook, per esempio, erano stati tra i primi a dotarsi di apposite linee guida per chi volesse investire in sponsorizzate e annunci elettorali sulle proprie piattaforme ed erano linee guida ispirate soprattutto alla necessità che fosse in ogni momento chiaro all’elettore chi pagasse per veicolare quale messaggio. Con l’avvicinarsi del 3 novembre, e quando erano apparsi più chiari i territori su cui strategicamente si sarebbero mossi i due candidati, queste stesse linee guida si erano fatte più restrittive. Facebook soprattutto aveva annunciato la possibilità di bloccare completamente la pubblicità politica una volta conclusesi le operazioni di voto per evitare che qualcuno si attribuisse preventivamente – e ingiustamente – la vittoria. Una scelta, quella di bannare la pubblicità politica, a cui Twitter era invece arrivato subito. Se fissare paletti per i contenuti paid di politici e loro sostenitori può sembrare soprattutto un modo per tutelare interessi e brand safety degli altri investitori, i social media durante le presidenziali americane 2020 hanno puntato anche su feature e impostazioni che garantissero – in via teorica almeno – un discorso pubblico più sano ed equilibrato. Per ridurre l’ infodemia durante un campagna elettorale già infuocata nei toni dall’emergenza sanitaria, dalle polemiche sulla sua gestione, dalle proteste per la morte di George Floyd, Facebook ha deciso per esempio di frenare la visibilità dei post troppo virali e di segnalare quando quella che si stava tentando di condividere fosse una notizia vecchia; qualcosa di simile ha fatto Twitter invitando gli utenti ad aprire i link prima di ricondividerli e, di fatto, rendendo impossibile il semplice retweet. Un vero e proprio caso si era sollevato quando Twitter ha segnalato per la prima volta come infondato un tweet di Trump contenente informazioni controverse sul voto via posta. Il presidente uscente aveva iniziato, allora, una sorta di guerra contro le big tech a colpi di minacce di modifica alla sezione del Telecommunication Act del ’96 che, di fatto, solleva le stesse da ogni responsabilità davanti a un giudice rispetto ai contenuti condivisi dagli utenti. Facebook aveva assunto allora un atteggiamento strategicamente più prudente – giudicato, però, da qualcuno addirittura lassista – e sottolineato l’impossibilità per un social network di ergersi ad «arbitro della verità», scatenando di conseguenza forse il più grande sciopero di sempre dei suoi dipendenti e una campagna per boicottare la pubblicità su Facebook a cui hanno preso parte brand come Patagonia e North Face, prima di star e personaggi del jet set internazionale. Come facebook e simili hanno evitato false attribuzioni di vittoria durante l’election night americana Questo atteggiamento differente dei due social media durante le presidenziali americane 2020 è apparso amplificato soprattutto in occasione dell’election night. Gestire il continuo flusso di aggiornamenti, breaking news , primi conteggi, statistiche e proiezioni non era una sfida da poco, tanto più che il presidente uscente aveva già abbondantemente minacciato di fare ricorso contro brogli o errori nel conteggio delle schede. Quando a spoglio ancora in corso Trump ha twittato dal proprio profilo personale il presunto «grande vantaggio» dei repubblicani e cominciato a parlare di voti «rubati», così, Twitter ha completamente oscurato il tweet con un messaggio di avviso per gli utenti. Chi volesse leggere comunque il contenuto reputato «tutto o in parte controverso» deve, ancora ora, fare almeno due click o due tap: creare frizione sembra essere stata, cioè, ancora una volta la strategia dei moderatori di Dorsey contro le fake news politiche. Lo stesso destino sarebbe toccato, tra l’altro, più tardi in quella stessa giornata, anche ad altri tweet in cui il presidente uscente lamentava brogli e conteggi scorretti dei voti. We are up BIG, but they are trying to STEAL the Election. We will never let them do it. Votes cannot be cast after the Polls are closed! — Donald J. Trump (@realDonaldTrump) November 4, 2020 Più morbida, invece, la linea di Facebook che ha segnalato i post in cui Trump annunciava il vantaggio su Biden e prevedeva la vittoria, ma lasciandone comunque ben visibile il contenuto. Anche nella notte elettorale, insomma, la strategia di Menlo Park è sembrata quella della spinta gentile (in gergo ” nudging “) verso fonti d’informazione fidate e affidabili, come quelle raccolte all’interno del Facebook Voting Information Center. We are up BIG, but they are trying to STEAL the Election. We will never let them do it. Votes cannot be cast after the Polls are closed! Posted by Donald J. Trump on Tuesday, November 3, 2020 Per maggior trasparenza però, sotto ai post dei candidati, Facebook ha aggiunto anche, per tutta la durata dello spoglio, un apposito disclaimer che avvisava gli utenti che il conteggio dei voti era ancora in corso. In risposta ai post in cui Trump ripetutamente si era attribuito con anticipo la vittoria, durante l’election night e per tutta la durata del conteggio dei voti Facebook ha inviato apposite notifiche agli utenti americani per avvisarli che i risultati non erano ancora quelli definitivi. Fonte: Facebook Newsroom Una volta che il vincitore e futuro presidente degli Stati Uniti è stato annunciato dai principali media del Paese, gli elettori americani hanno ricevuto un’apposita notifica su Facebook e Instagram che ne confermava il nome. Once Reuters and a majority of independent decision desks at major media outlets, including ABC, CBS, Fox, NBC, CNN and AP project a winner, we’ll update the notifications running across the top of Facebook and Instagram with the projected winner of the election. pic.twitter.com/5asIe2hZip — Facebook Newsroom (@fbnewsroom) November 6, 2020 Perché facebook e gli altri hanno bloccato hashtag, gruppi e pagine riconducibili ai sostenitori di trump È SocialMediaToday a fare un elenco delle altre azioni intraprese dai social media durante le presidenziali americane 2020 e, in particolar modo, durante l’election night e nei giorni successivi, quando non era ancora ben chiaro chi fosse stato eletto presidente degli Stati Uniti. Tra le altre cose, Facebook avrebbe bloccato hashtag come #sharpiegate, #stopthesteal e #riggedelection che elettori repubblicani e sostenitori di Trump stavano usano per chiedere anche sui social di fermare il conteggio dei voti, dopo le ennesime dichiarazioni – rimaste infondate – in cui lo stesso si diceva convinto di irregolarità e brogli. Gli stessi hashtag sono stati bloccati – e lo sono ancora – su TikTok: come spesso accade sull’app, però, gli utenti hanno provato ad aggirare le restrizioni usando versioni degli hashtag contenenti emoji o piccoli refusi in modo che i propri contenuti non venissero bloccati. Anche su TikTok gli hashtag usati dai sostenitori di Trump per chiedere di fermare il conteggio dei voti sono bloccati (al 19 novembre 2020), ma gli utenti hanno provato ad aggirare le restrizioni con versioni contenenti refusi o emoji degli stessi. Twitter sembra aver deciso, invece, di limitarsi a usare nei tweet che li contenessero  l’apposita etichetta per fake news e contenuti controversi e neanche cinguettii vip, come quelli della senatrice Marjorie Taylor Greene, sono sfuggiti all’occhio vigile dei moderatori. How many of Georgia’s 159 counties did this happen in? https://t.co/VEo0OQBlsx — Marjorie Taylor Greene 🇺🇸 (@mtgreenee) November 18, 2020 Bloccare un hashtag, tanto più se esplicitamente utilizzato per diffondere notizie non verificate e dati controversi, può limitare sicuramente portata della disinformazione politica ed esposizione alla stessa, ma potrebbe avere anche effetti decisamente concreti sulla gestione della cosa pubblica. L’ipotesi che avanza tra gli altri BuzzFeed.News è, infatti, che i moderatori di Facebook abbiano a disposizione uno speciale tool che permette di calcolare la probabilità che l’accendersi delle discussioni sui social su un determinato tema o un trend del momento si traduca in violente manifestazioni di piazza. Secondo la ricostruzione della testata, la soglia critica è quella di un incremento del 45%; soglia che potrebbe essere stata raggiunta durante l’election night e nei giorni a seguire quando, in effetti, le stesse persone che stavano usando sui social gli hashtag in questione o loro affini si stavano recando davanti ai centri in cui avveniva il conteggio dei voti americani e minacciavano proteste contro le presunte irregolarità. Con un obiettivo simile, quello di evitare attacchi sistematici alle strutture democratiche del Paese, riporta The Verge, è stato anche rimosso il gruppo Facebook “Stop The Steal” che, solo in 48 ore, aveva raccolto oltre 360mila membri tra i sostenitori di Trump convinti che la vittoria di Biden fosse rubata. Non è passato molto, però, perché altri due gruppi clone venissero rifondati e raccogliessero decine di migliaia di iscritti, proprio nelle ore in cui i moderatori di Zuckerberg decidevano, tra l’altro, di intervenire per chiudere un network di pagine Facebook legate a Steve Bannon, ex stratega di Trump, che diffondevano messaggi simili. «spegnersi completamente» è quello che avrebbero dovuto fare i social media durante le presidenziali americane 2020? Scovare e intervenire contro tutte le minacce alla «civic integrity» di un paese (di questo parla esplicitamente la policy di Facebook, ma anche le altre piattaforme ne hanno di simili, grazie alle quali riescono a intervenire anche per, com’è successo su Twitter, smantellare reti di account fake russi, cinesi e turchi sospettati di fare cyberwarfare) è sicuramente un buon punto di partenza. C’è chi sostiene, però, che i social media durante le presidenziali americane 2020 avrebbero potuto fare di più. «Spegnersi completamente una settimana prima del voto» per esempio: è questa la proposta di un colonnista di Wired. Sarebbe stato opportuno trovare altri modi, infatti, per continuare ad assicurarsi che gli elettori si registrassero al voto e questa sorta di blackout delle piattaforme digitali durante l’ultimo round della campagna presidenziale avrebbe giovato, tra l’altro, prima di tutto a loro stesse. Questo sarebbe stato infatti – secondo l’ipotesi di Martin Skladany – l’unico modo per riuscire a «mantenere, nei fatti, l’impegno di restare neutrali». Nei mesi scorsi, dopo essersi visto ripetutamente bannato su Twitter e aver capito che la querelle con TikTok negli Stati Uniti colpiva più gruppi di interesse del previsto, Trump si è detto convinto, e ha continuato a ripetere come una litania, che big tech e piattaforme di cui sono responsabili rischiano di creare una sorta di spirale del silenzio sulle idee repubblicane, vittime come sono di un certo bias democratico. È difficile dire se sia davvero così e, più pragmaticamente e guardando agli elettori, se un certo tipo di presenza, una certa attività o persino scegliere una o l’altra piattaforma social siano in qualche misura predittivi di questa o quella propensione di voto. Alcuni studi ci hanno provato: degli insight condivisi da Business Insider, per esempio, sottolineerebbero come chi controlla Twitter almeno una volta al giorno sarebbe una volta su quattro più propenso al voto democratico, mentre al contrario condividere post o link con cadenza almeno settimanale su Facebook sarebbe il comportamento tipo dell’elettore repubblicano. C’è una correlazione tra il proprio modo di stare sui social e le proprie propensioni o intenzioni di voto? Gli insight sui elettori democratici e repubblicani. Fonte: Business Insider Per tornare alla proposta di spegnere le reti sociali in momenti cruciali per la vita di un Paese come le elezioni appunto, non si può non considerare comunque che queste presidenziali americane saranno ricordate anche come le prime in cui YouTube ha interrotto delle sedicenti dirette streaming che promettevano di trasmettere il conteggio dei voti (certo, il caso più eclatante resterà quello dell’interruzione delle diretta su ABC, CBS, NBC della conferenza stampa di Trump dalla Casa Bianca). Quello di cui parlano decisioni come questa e le diverse policy e strategie di coping, si è visto adottate dai social media durante le presidenziali americane 2020, è insomma soprattutto il territorio grigio in cui ci si muove ancora quando si tratta di rispetto della par condicio o, ancor più, del silenzio preelettorale per esempio negli ambienti digitali. Quale futuro per i social network con il passaggio al governo biden? Cambiare i regolamenti per i social media potrebbe essere, insomma, un grande tema con cui il governo Biden dovrà fare i conti. Scrive The Drum che, con ogni probabilità, il primo intervento – quando e se avverrà – potrebbe riguardare proprio la tanto discussa Sezione 230 del Telecommunication Act del 1996 e, a ben guardare, farlo in direzione meno di rottura rispetto agli intenti di Trump di quanto si immagini: anche la neo amministrazione democratica, cioè, potrebbe voler rendere le piattaforme più responsabili rispetto a quello che gli utenti fanno e condividono al loro interno. Trattandosi perlopiù di aziende a stelle e strisce, quello che l’amministrazione americana deciderà sulle big tech potrebbe incidere in maniera incommensurabile sul futuro globale delle piattaforme e della social media regulation. Di certo, però, c’è ancora davvero poco. Solo per fare un esempio, poco è dato sapere persino su cosa Biden intende fare con il ban di Tiktok in America. Ciò che non è difficile da prevedere è che tra i tradizionali passaggi di consegne tra il presidente uscente e quello entrante ci sarà anche quello che riguarda la gestione degli account di @POTUS e @FLOTUS sulle diverse piattaforme (il primo passaggio presidenziale in chiave social fu proprio quello tra Obama e Trump). Si tratterà di  pensare alla transizione verso una nuova presenza digitale per la Casa Bianca. Non è detto che Biden non possa raggiungere gli stessi picchi di engagement dei suoi immediati predecessori. Nonostante Trump sia conosciuto come il presidente “twittatore”, l’engagement di Biden su Twitter (nel grafico in blu) è notevolmente cresciuto, fino a eguagliare quello dell’avversario repubblicano, durante la campagna elettorale per le presidenziali 2020. Fonte: Socialbakers Stando ancora ai dati di Socialbakers, infatti, il candidato democratico in questi mesi di campagna elettorale ha superato in coinvolgimento, anche su Twitter che è da sempre cavallo di battaglia di Trump, le performance dell’avversario e il suo staff ha nel frattempo sperimentato anche alcune new entry per la campagna elettorale online come videogiochi e ambienti di second life per esempio. Nel frattempo, sottolinea Bloomberg, Trump dovrà arrendersi a perdere i suoi privilegi da presidente degli Stati Uniti anche su Twitter e a vedere i suoi tweet più sistematicamente oggetto di fact-checking e segnalazioni come quelle già sperimentate in campagna elettorale. Statement e contenuti inappropriati dei politici su Twitter sono tradizionalmente trattati, infatti, con una linea più morbida di quella utilizzata per gli utenti comuni: il social sostiene da tempo, infatti, che sia importante per gli elettori sapere esattamente come la pensino e in cosa credano le persone per cui votano. © RIPRODUZIONE RISERVATA E’ vietata la ripubblicazione integrale dei contenuti


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